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Arti letterarie buffonesche
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Il Sogno di Jacopo di memius (© 2010) visualizzato 256 volte Il sogno di Jacopo
da - I Racconti dell'Apocalisse -
[10 Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. 13 Ecco il Signore gli stava davanti e disse: "Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. 16 Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo". 17 Ebbe timore e disse: "Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo".]
Cap. 28
Antico Testamento
26 dicembre 2007
Il vento gelido seguitava imperterrito a spirare. Il suo impeto scuoteva gli alberi dinanzi la caffetteria.
Da dietro le vetrate del locale, Jacopo osservava la gente che a testa china si muoveva faticosamente controvento.
Era seduto al suo tavolo da un po’, perso in quello scenario invernale che gli si presentava di fronte.
Finalmente la cameriera arrivò, sorridente gli pose il piatto col sandwich che aveva ordinato. Dagli altri tavoli giungeva un brusio, ma l’intreccio dei discorsi tra i presenti sembrava così lontano dai suoi pensieri. Si sfilò gli occhiali, li guardò in controluce, erano macchiati.
Tirò fuori un fazzoletto e li ripulì, poi li posò di fianco al piatto. Ormai da qualche tempo era obbligato a portarli, senza il loro ausilio faceva fatica a vedere. La sua vista stava peggiorando giorno dopo giorno.
La porta d’ingresso si apriva continuamente, quella era l’ora di pranzo e dagli uffici vicini arrivava tanta gente in cerca della meritata pausa.
Jacopo sedeva nei pressi della porta e, ogni volta che un nuovo cliente entrava, lo spiffero ghiacciato gli raffreddava le gambe. Aveva trovato quel posto a sedere quasi per caso, prima di lui una coppia aveva finito il pasto ed egli senza chiederlo si era accomodato, credendo fosse normale.
Il gestore non rimase proprio contento di cedere un tavolo e quattro sedie ad un solo cliente, che per giunta ordinava un solo tramezzino ed un bicchiere d’acqua frizzante.
Il mormorio aumentava. Il locale era gremito. Il male alla testa si faceva sentire di nuovo, aveva passato una notte insonne.
Non aveva mai fatto così tanti incubi tutti insieme; al risveglio però, non ne ricordava neanche uno. Era un po’ frastornato ed insonnolito. Sbadigliò e si strofinò gli occhi. Non aveva neanche tanta fame, ma alle 13,30 era solito pranzare. Da un po’ di tempo lo faceva solo per abitudine.
Quel crescendo di voci lo stava infastidendo, ora la sua mente era confusa. Si guardò intorno.
Al tavolo di fianco, vide un signore di mezza età che mangiava una bistecca al sangue usando le mani, ne rimase sconcertato. Il Cookty era un locale per bene, come mai uno zotico poteva frequentarlo?
Il sangue della bistecca colava dalla bocca di quello, che ingurgitava ghiotto. Estese lo sguardo verso gli altri tavoli, sembrava che tutti mangiassero in malo modo, come animali.
Grossi pezzi di carne facevano bella mostra nei piatti dei commensali. La signora seduta all’angolo stava usando il coltello per tagliare la polpa. Vi affondò con violenza la lama e gocce di sangue zampillarono sul volto di suo marito.
Jacopo s’irrigidì. “Ma…Che sta succedendo qui? Sono tutti impazziti?” Si sfregò ancora gli occhi, con la speranza di ritrovare la normalità. Un uomo al banco ordinò una bevanda ed il barista lo accontentò subito. Sorridente si chinò sotto il banco e tirò su un agnello vivo.
Lo posò sul banco e lo tenne fermo. I lamenti dell’animale non smossero i presenti, che continuavano indifferenti a consumare i loro macabri cibi. Innalzò la scure e giù, un colpo secco a sgozzare l’indifesa bestia.
Il sangue che ne sgorgò riempì il bicchiere dell’assetato cliente che, con avidi sorsi, bevve l’intero calice.
Jacopo incredulo abbassò lo sguardo sul suo panino, tolse la carta che lo avvolgeva e curioso lo aprì per ispezionarne il contenuto.
In un attimo si tirò indietro inorridito balzando dalla sedia. Un urlo sommesso, le mani alla bocca, conati di vomito lo sopraggiunsero.
Il suo pasto era marcio, in stato di putrefazione. Scappò in bagno, il suo stomaco non poteva reggere ancora per molto in quel luogo infernale.
Si chiuse la porta alle spalle lasciando fuori quella bolgia. Stranamente vi trovò un silenzio tombale. Si avvicinò al lavabo cercando di mantenere la calma. Guardandosi allo specchio si ripeteva :“Stai calmo, non è possibile…..E’ solo suggestione”, ma mentre lo diceva un brivido gli percorreva la schiena, forse non era proprio convinto che quell’orripilante scenario fosse soltanto frutto della sua immaginazione.
Si chinò per aprire il rubinetto alla ricerca di un po’ d’acqua fresca per sciacquare il viso e lavare via quei brutti pensieri. Girò la manopola, ma non venne giù nulla. Provò di nuovo nel senso contrario, ma niente. Stava quasi per rinunciare, quando ad un tratto, dal rubinetto cominciarono ad uscire viscidamente dei vermi.
Jacopo ne rimase incredulo, ancora una volta. Forse era lui che stava impazzendo e non i clienti di quella caffetteria.
Gli invertebrati sgorgavano a fiotti, fino a riempire il lavandino. S’intrecciavano tra loro, cercavano di venire fuori accavallandosi l’un l’altro.
L’urlo liberatorio non tardò ad arrivare. Cominciò a correre come un folle, uscì dai bagni e percorse la sala a tutta velocità.
Con lo sguardo perso nel vuoto si catapultò fuori dal locale, guardandosi alle spalle come se qualcuno lo stesse seguendo.
I clienti rimasero sorpresi dal comportamento di quello strano individuo.
”Ma chi lo ha fatto entrare quello, era da un po’ che fissava il mio piatto”, disse la signora del tavolo d’angolo molto infastidita.
La cameriera le andò subito vicino per porre le scuse a nome della proprietà, era uno dei locali più gettonati del centro e non poteva permettersi di fare certe figure.
Il gestore imprecò: “Un tavolo per un tramezzino….E neanche mi ha pagato, certa gente in manicomio dovrebbe stare!”
Il fiato gli venne meno ed il fuggiasco dovette terminare la sua folle corsa nel grande parco, qualche isolato più avanti dal suo punto di partenza.
Stremato, più per lo spavento che per la corsa, con le gambe tremolanti, si abbandonò su una panchina a ridosso del laghetto.
I bambini correvano felici, coperti fin sopra la cima dei capelli con giubbotti, sciarpe e cappelli colorati. Le mamme gli raccomandavano di non allontanarsi.
Il fiato che fuoriusciva dalla bocca di Jacopo formava un vapore che sembrava fumo di sigaretta. Rimase lì a pensare, a guardare quei bimbi spensierati che infastidivano le anatre sulla riva del lago artificiale. Cadde in uno stato di torpore, si assopì coricandosi sulla panchina.
Nel dormiveglia allungò il braccio e prese quel sasso vicino la panchina, lo pose sotto il collo come fosse un morbido cuscino.
Il sonno profondo lo avvolse completamente, tanto che non si accorse delle anatre curiose che gli giravano intorno incuriosite dalle sue scarpe.
L’aspetto poco curato e la posizione in cui dormiva, non destavano interesse nei frequentatori del parco che credevano fosse uno di quei senza casa che riposano all’aperto.
Dormiva beato. Con un’espressione di assoluta estasi stampata sul viso. Solo che, in quel giorno glaciale, avrebbe rischiato l’assideramento se a svegliarlo non fosse stata una candida voce di donna.
| commento dell'autore | Prima parte di questo racconto breve tratto dalla raccolta "I Racconti dell'Apocalisse".
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